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Intervista a Massimo Castri

martedì 28 giugno 2011

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  • Corriere Fiorentino, 22 aprile 2008

    «Sono venuto a Firenze da ragazzo, con i miei genitori, ho fatto il liceo al Galileo. E poi sono rimasto perché non mi piacciono le grandi città, quindi non sono né sceso a Roma né salito a Milano. Arrivando da Cortona, ero già rimasto traumatizzato dalla vita fiorentina, andare in una metropoli mi sembrava impossibile: sono sempre stato uno di campagna». Nella sua casa di via dei Pilastri, Massimo Castri spiega come mai ha deciso di vivere proprio qui, dove, afferma, «la vita culturale è inesistente». «Negli anni Sessanta si pensava di poter far capitare delle cose a Firenze, ma poi non è capitato niente. Anzi, la città è andata degradando nella direzione del turismo di massa, però io son rimasto qua. Se dovessi spostarmi andrei in campagna. Sono stato a San Piero a Sieve per sei anni, sotto la fortezza medicea. Poi sono tornato in centro in maniera più stabile: avevo comprato questa casa per mio padre che aveva il morbo di Parkinson e doveva stare al pian terreno; poi lui non ci è mai venuto, questa casa è rimasta vuota e l’ho presa io».

    Una casa sui generis: una camera da letto che si affaccia sulla strada e poi un corridoio lungo trenta metri che, attraversando le altre stanze, conduce fino a un bel giardino confinante con la Sinagoga. Ci sono lampade rotte e soprammobili polverosi, ma i libri sono tutti precisamente ordinati per collane: per quel che riguarda il teatro non manca niente, testi antichi e contemporanei, opere critiche, riviste. E in cima agli armadi ci sono lunghe file di coppe: quasi tutti premi Ubu, «ne avevo molti di più, ma poi sono entrati i ladri e me li hanno rubati, avranno pensato che fossero preziosi, ma son rimasti fregati».

    Lei ha avuto un ruolo importante nel teatro toscano …

    All’inizio degli anni Novanta a Firenze si capiva benissimo che le cose stavano andando un po’ a precipizio: la rassegna dei teatri stabili veniva chiusa, il teatro pubblico non c’era più da molti anni, le sale sparivano oppure, peggio ancora, venivano rimesse a posto, come il Goldoni, e poi rimanevano vuote. Io rifondai il teatro pubblico in Toscana, creando a Prato il Teatro Regionale Toscano. A Firenze non c’era modo di trovare un rapporto con degli interlocutori. Ma il progetto era più ambizioso, volevo fondare un teatro interregionale che comprendesse l’Umbria e la Toscana, poi, come sempre capita, molto dipende dalle persone. Se gli amici e i partner non c i stanno più rimani fermo. Tentai allora di creare un progetto metropolitano fra Firenze e Prato, ma non trovò interlocutori. Ormai gli anni erano tali che parlare di teatro era come parlare di attività sconosciute, allora me ne andai a dirigere lo Stabile di Torino.

    E adesso ha rinunciato ai suoi progetti a Firenze?

    Penso che non ci siano interlocutori. Faccio un esempio: il teatro della Pergola, un monumento europeo, da molti anni era gestito dall’Eti. Finalmente, l’anno scorso è stato fatto un decreto di trasformazione del’Eti, che avrebbe dovuto dismettere i teatri che gestiva. Ma non sta succedendo niente, non perché l’Eti non vuol dismettere la Pergola, ma perché a Firenze non la vogliono. Il problema è che nessuno sa più a cosa serve il teatro.

    A che cosa serve il teatro?

    Il teatro è una delle forme fondamentali di conservazione e di trasmissione della cultura. A partire dalle basi storiche del Settecento (Lessing, etc.), il teatro all’estero viene considerato alla stregua della scuola. In Francia, ad esempio, è uno strumento fondamentale per la conservazione della lingua, ma in Italia l’unica forma di teatro che ha messo radici è l’opera lirica, questo dipende da molte ragioni: la frantumazione del territorio, la mancanza di una lingua di riferimento... L’opera lirica è il nostro teatro nazionale, che ha radici storiche. Il teatro di prosa non ha radici storiche.

    E la commedia dell’arte?

    Appunto. Siamo fermi alla commedia del’arte. Che è l’ultima forma autonoma italiana. Poi muore, finisce e al suo posto non nasce un teatro nuovo, mentre in ogni altro paese nasceva un teatro in rapporto alla borghesia nascente. Goldoni tentò di fondare il teatro partendo dalla commedia dell’arte, ma gli mancò una borghesia di riferimento. È il più grande scrittore borghese europeo, ma non ha mai avuto né una lingua, né istituzioni di riferimento. Come scrittore del teatro borghese è molto più grande di Diderot, Lessing e Beaumarchais. Ma è l’ennesimo Pisacane — che voleva andare a fare la rivoluzione dei contadini, ma fu bastonato —: pensava di fare una rivoluzione del teatro in un paese che non era in grado di accettarlo.

    Quest’anno ha presentato una bella versione delle «Tre sorelle» di Cechov.

    Fare le «Tre sorelle» è come affrontare il tetto dell’esperienza di Cechov. Bisogna dire che in Italia non conviene affrontare testi come quello perché non ci sono più i mezzi economici e organizzativi in grado di sostenere l’opera cecoviana; ho dovuto fare lo spettacolo solo con 44 giorni di prova. Ce ne vorrebbero almeno 75 per arrivare a maturare il linguaggio di Cechov attraverso gli attori. Che poi erano i tempi che usava Strehler, che arrivava anche a 90 giorni di prova; il Piccolo Teatro, infatti, è stato l’unico teatro pubblico serio in Italia.

    Dice che Firenze culturalmente è morta, allora come passa il suo tempo libero?

    Effettivamente è pesante, non è molto divertente, mi piace come città, ma non ci trovo molte cose da fare. Faccio la mia vita rinchiuso in questa specie di lunga caverna. Sto cercando di capire se ho ancora uno spazio nel teatro italiano oppure no, se non ce l’ho più è inutile che resti qua, magari torno in campagna.

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