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Tre ragazze sul palco: le sue Silvie - Paoli e Frasson - ed Eleonora Cappelletti

sabato 16 febbraio 2013

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  • Corriere Fiorentino, 4 gennaio 2013

    Hanno talento e mille sogni nel cassetto. Il teatro è la loro vita, ma sognano anche il cinema. Trentenni, fiorentine di nascita o di adozione, si dividono fra palcoscenici importanti come la Scala di Milano, e piccoli spazi. Senza mai perdere l’entusiasmo. Sono Silvia Paoli, Silvia Frasson e Eleonora Cappelletti, tre attrici da tenere d’occhio.

    Silvia Paoli risponde da Zurigo. «Sto curando la ripresa de La scala di seta, l’opera lirica di Rossini in scena qui all’Opernhaus». È assistente alla regia di Damiano Micheletto, e spesso è lei a viaggiare con le sue opere per seguirne il riallestimento. Tanto che nel settembre del 2013 questo spettacolo sarà proposto alla Scala. Ma il vero lavoro di Silvia Paoli è sul palco. Sta per tornare in scena con Livia, «storia di una maestra d’asilo che cerca di integrarsi nella società ma trova grandi ostacoli» (al Puccini il 2 febbraio). E riproporrà anche il suo monologo Bucce, sulla difficoltà di accettare la propria età. «La buccia dovrebbe rappresentare ciò che siamo, ma facciamo di tutto per cancellare ogni segno e mantenere un’eternità utopica. Io voglio raccontare donne vere: si parla sempre di stereotipi, come le protagoniste di Sex and the City, tutte ricche, bellissime e superaffermate».

    Il suo primo ingresso a teatro, a quattro anni, Silvia non lo scorderà mai. «Mio padre mi aveva portato a uno spettacolo di marionette, ma al posto dei pupazzi usavano dei vestiti su delle grucce, e il palco era un armadio». Poi è arrivata la scuola Paolo Grassi di Milano, e i primi lavori: da Pentesilea con Peter Stein a una lunga collaborazione con Paolo Rossi. Ora le piacerebbe un’esperienza al cinema. «Ho fatto dei provini, anche con Bellocchio, sembrava che fossero andati bene, ma poi niente».

    Anche Silvia Frasson si è diplomata alla Paolo Grassi. Nata a Chiusi, trapiantata prima a Milano, poi a Roma, è infine approdata a Firenze. Tutto partì da un corso di teatro al liceo: «Il mio maestro era Manfredi Rutelli, che oggi dirige il teatro di Chiusi: fu lui a spingermi a continuare, è stato il mio talent scout!». Ecco allora i primi corsi a Perugia e poi quella macchinata in giro per l’Italia a provare le ammissioni delle grandi scuole: «Eravamo in cinque, e partimmo per Milano, Roma, Genova... alla fine ci sparpagliammo per il Paese: ognuno di noi fu preso in una città diversa». Il suo primo lavoro è nato come saggio della Paolo Grassi, era Giovanna d’Arco, ancora in tournée. Da lì sono partite varie esperienze nei teatri stabili, fra cui due lavori con Massimo Castri: Quando si è qualcuno, di Pirandello, al fianco di Giorgio Albertazzi ed Ecuba di Euripide a Siracusa. Fra poco sarà al Lumière con La signorina Margherita, per la regia di Alessandro Riccio (18-20 gennaio). Scritto da Roberto Athayde, lo spettacolo parla di una strana maestra che cerca di passare le proprie convinzioni politiche ai suoi allievi. E il 25 gennaio tornerà nella sua Chiusi con In nome del popolo italiano di Matteo Bacchini. Anche lei sogna il cinema, e «pure la tv — ci dice — Magari una fiction in cui sono una pazza isterica, insomma scene forti. In passato ho partecipato a una puntata de La Squadra ed è stata una vera scoperta».

    Ma perché chi lavora a teatro, anche con ottimi risultati, punta al cinema? «Ci sono delle sfumature che soltanto la macchina da presa può raccontare», ci dice Eleonora Cappelletti, che si divide fra molti lavori a Firenze ed ha appena partecipato alla web-serie The Scape, «un thriller psicologico firmato da Gabriele Arata». Fino a poco tempo fa era in scena a Villa Gerini con La commedia di Candido, di Massini, prodotto dal Nexus. E con lo stesso gruppo è già nata una nuova avventura: «Un progetto per l’estate, ambientato in spazi non teatrali e legato all’identità culturale di Firenze». La prossima stagione la vedremo poi alle Laudi con La panne, di Durrenmatt. La sua prima volta da attrice non la scorderà mai. «Ero al liceo artistico e Canale 10 ci aveva coinvolti per realizzare le scenografie di Zic la zanzara in classe. In scena c’era un giovanissimo Fabrizio Biggio, che ora è una star con i suoi Soliti Idioti. Io dovevo solo dargli le battute, ma poi piacqui e mi proposero di recitare, andai in diretta il giorno dopo! Di lì a poco mi iscrissi a un corso di recitazione».

    Gherardo Vitali Rosati RIPRODUZIONE RISERVATA

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