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Branciaroli in viaggio con Don Chisciotte

martedì 22 febbraio 2011

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  • Don Chisciotte e Sancho Panza parlano con le voci di Vittorio Gassman e Carmelo Bene. Per Franco Branciaroli, da stasera a domenica alla Pergola con la sua personale lettura del capolavoro di Cervantes (ore 20.45 feriali, 15.45 festivi), è questo l’unico modo di portare in scena l’autentico Chisciotte. Se il protagonista del romanzo imitava infatti i cavalieri d’antan, affrontando come un pazzo mulini a vento e greggi di pecore, ora Branciaroli ne ripropone il percorso imitando i due più noti cavalieri della scena. «Fra i tanti spettacoli e film sul Don Chisciotte – spiega l’attore e regista – non ce n’è uno che sia veramente riuscito. Perché se prendi alla lettera le storie di questi due personaggi porti in scena soltanto due fuori di testa. Ecco allora che l’unica possibilità per il regista è chiedersi chi era veramente Chisciotte e rifare il suo stesso percorso». Lo spettacolo di Branciaroli è dunque anche una riflessione sul teatro, che non ha saputo proporre niente di nuovo dopo i grandi albori di un tempo. Che lui ha vissuto da protagonista: condividendo più volte la scena con lo stesso Carmelo Bene – «era un vero gentiluomo del Sud, nonostante si fosse creato un personaggio bizzarro che amava sfoggiare nelle occasioni ufficiali» - per poi diventare forse il più rappresentativo attore ronconiano.

    E se fa parlare i due mostri sacri della scena, è sempre con cognizione di causa. «Se fossero vivi e venissero in teatro, direbbero le stesse cose che sentirete in questo spettacolo. Hanno rappresentato per il pubblico italiano l’incarnazione stessa del Teatro. Facevano parte della grande storia dei mattatori, come anche Salvo Randone, che oggi rimpiangiamo moltissimo». Se è possibile, per Branciaroli, farli rivivere sulla scena, è grazie al loro modo di parlare, che li rendeva appunto “imitabili”. «Sono stati dei manieristi: hanno avuto un modo particolare di parlare, di porgere i testi, per questo vengono chiamati fonatori. Per questo quello che è rimasto è la loro voce. Invece io generalmente recito in un modo diverso, concentrandomi di più sul personaggio, sul senso, anche se poi i due sistemi possono convivere».

    Il presente, invece, per Branciaroli riserva ben poche delizie. «Tutte le arti hanno subìto un forte degrado, si sono fatte pop, basta tirarsi giù i pantaloni per sentirsi artista. In teatro si vedono soltanto corpi flaccidi che si rotolano a terra, utilizzando testi scritti male. Ma io ricordo lo straordinario uso del corpo che facevano gli attori del Living Theatre, ripenso a quando Carmelo Bene lavorava col suo gruppo nelle cantine romane: ecco allora che queste esperienze contemporanee sono già più vecchie delle Avanguardie del Novecento. Il teatro Occidentale si basa sui testi: bisognerebbe allora ripartire da Beckett. Invece si torna sempre indietro. E mentre a nessun pittore verrebbe in mente di disegnare un gatto, perché nell’arte figurativa il nuovo sostituisce il vecchio, in scena si assiste a una continua regressione. Nessuna di queste giovani realtà passerà alla Storia. Ci si attaccano dei giornalisti o dei critici per cercare di rendersi noti, ma è tutta roba penosa». La colpa, dunque, è anche della critica «se i direttori dei giornali hanno tagliato lo spazio delle recensioni è perché queste sono spesso solo per adepti. Non c’è un giornalista che riesca a modificare quello che il pubblico va a vedere. Troppo spesso i recensori hanno le mani in pasta, mentono ai loro lettori, e così perdono di credibilità. A New York, se un attore viene stroncato smette di lavorare, io se ricevo una critica negativa non vedo nessuna differenza in sala».

    © Corriere Fiorentino, 22 febbraio 2011

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