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Piero Bellugi e quell’assegno di Bernstein

Il direttore d’orchestra fiorentino riceve il Gonfalone d’Argento

giovedì 29 marzo 2012

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  • Corriere Fiorentino, 29 marzo 2012

    Quell’assegno di Leonard Bernstein, Piero Bellugi se lo trovò sul suo letto quando ormai pensava di tornare in Italia. All’inizio degli anni Cinquanta, era sbarcato in America con una borsa di studio per perfezionarsi col Maestro. Aveva capito troppo tardi che le "Scholarship", negli Usa, coprono soltanto le spese di iscrizione, e che tutto il resto sarebbe stato a suo carico. Non poteva permetterselo e si era congedato dal maestro, ringraziandolo e annunciando la sua partenza. «Ma per tutta risposta lui mi disse di preparare dei pezzi per l’indomani ‒ ricorda Bellugi ‒ quando tornai nel mio dormitory capii cosa voleva dire, quell’assegno copriva tutte le mie spese in America. Qualche anno più tardi fui in grado di restituirglielo, ma lui mi disse: "Non devi renderlo a me, ma a tutti gli allievi bisognosi che incontrerai sulla tua strada. E così ancora oggi, a volte, faccio delle lezioni, e quando mi chiedono: "quant’è?" io rispondo "non preoccuparti: ci ha già pensato il Maestro Bernstein"».

    Domani, il Consiglio Regionale della Toscana gli conferirà il Gonfalone d’Argento. Durante la cerimonia ‒ alle 11.30 a Palazzo Panciatichi, via Cavour 4, ingresso libero fino ad esaurimento posti ‒ Bellugi riceverà anche il Giglio d’oro del Comune di Firenze e sarà proclamato Cittadino Emerito del comune di Greve in Chianti, dove ha vissuto per 35 anni. Ci sarà anche un intermezzo musicale del figlio di Bellugi, David, virtuoso del flauto dolce, e del fisarmonicista Ivano Battiston, nonché un intervento del musicologo Alberto Batisti. «Sono molto felice di questa cerimonia ‒ dice il Maestro ‒ ma il riconoscimento dovrebbe andare alla musica: è lei la vera protagonista. È una gioia esprimersi e condividere con il pubblico queste emozioni».

    Emozioni che Bellugi ha provato e fatto provare in tutto il mondo, sempre a contatto con grandi maestri e pronto a trasmettere le sue conoscenze ai più giovani. In America fece in tempo a conoscere Arturo Toscanini, che fino al 1954 diresse la NBC Symphony Orchestra, fondata apposta per lui dall’emittente televisiva statunitense. «Fu sua figlia a presentarmelo ‒ dice Bellugi ‒ ed io gli chiesi il permesso di assistere alle sue prove, alla Carnegie Hall di New York. Toscanini aveva un istinto incredibile e un grande rigore. Ma era anche molto violento, oggi nessun direttore potrebbe permettersi di trattare così male l’orchestra: era un vero dittatore! Tutto l’opposto di Bruno Walter, che in quegli anni veniva spesso a New York, un angelo . All’epoca c’era una grande diversità fra gli artisti, li potevi riconoscere dalle prime tre note, oggi invece si assomigliano un po’ tutti».

    Parte da quegli anni americani la carriera di Bellugi. Diventa l’assistente di Bernstein e lo affianca nei suoi Young People’s Concert. Venivano trasmessi dalle televisioni di mezzo mondo, e costituirono un importante traguardo nella diffusione della musica classica. E così, dopo essere stato direttore stabile dell’orchestra dell’Iowa e docente di direzione d’orchestra a Berkley, Bellugi tentò di riproporre in Italia quel modello di divulgazione. «Ma feci fiasco ‒ ricorda ‒ e a tutt’oggi ci sarebbe un grandissimo bisogno di educazione musicale. Nelle scuole non c’è nessuna preparazione alla musica colta, siamo inondati di musica commerciale, e così si perde la straordinaria tradizione del repertorio classico italiano. Uno straordinario patrimonio che pochi conoscono: i giovani studiano il Tasso, ma non sanno chi sia Monteverdi. Da questo punto di vista siamo molto indietro rispetto alla maggior parte dei paesi industrializzati».

    In Italia, Bellugi ha diretto alcune fra le più importanti orchestre: dalla Scala di Milano, alla Rai di Torino, dove rimase per due anni come direttore stabile, fino al Maggio Musicale Fiorentino. E non ha mai smesso di girare il mondo: da Parigi a Berlino, passando per Tel Aviv, Lisbona o Aix en Provence. Fra i tanti artisti con cui ha collaborato figurano Rubinstein, Rostropovich o Ashkenazy, ma lui preferisce ricordare i tanti attori con cui si è esibito: da Albertazzi a Anna Proclemer, fino al grande Carmelo Bene. «Aveva una grande umanità ‒ ricorda ‒ e curiosamente anche una certa timidezza. Era estremamente irruento e collerico, poteva tirare addosso al pubblico qualunque cosa gli capitasse sotto mano, ma infondo era un’anima nobile, un grande artista. Insieme portammo in tournée il Manfred, di Schumann su libretto di Byron. Era bravissimo: non sapeva una nota di musica, e per fortuna non era legato a queste scansioni così regolari. Era come se volasse e io potevo dirigerlo come uno strumento musicale. Fu un bel periodo, avevamo altri progetti insieme, ma purtroppo morì troppo presto».

    Oggi, a ottant’otto anni, Bellugi continua la sua attività concertistica e si dedica molto all’insegnamento. A gennaio ha diretto la Camerata di Prato con il pianista Gregorio Nardi in un concerto trasmesso in diretta radiofonica in Toscana, per poi partire per Bari dove si è esibito col figlio David, in un concerto per flauto scritto per l’occasione da Riccardo Luciani. E poi i corsi: da New York a Roma, fino a Genova e Firenze. «C’è un detto che afferma "Direttori si nasce, non si diventa", secondo me è una grossa balla. Si deve studiare, naturalmente, ma si impara. Non esistono molti metodi, e così mi dedico a questo. La trasmissione del sapere è importante e poi io adoro stare insieme ai giovani. E poi così, un po’ alla volta, continuo a restituire quell’ assegno di Leonard Bernstein».

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