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Judith Malina e il suo Living Theatre

sabato 26 marzo 2011

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  • Ecco l’intervista uscita del 13 maggio 2008 sul Corriere Fiorentino, in occasione della presentazione a Fabbrica Europa di The Brig.

    Sono arrivati ieri sera a Firenze i sedici attori del Living Theatre che oggi e domani presenteranno alla stazione Leopolda lo storico spettacolo «The Brig», il testo di Kenneth Brown sulle atrocità delle prigioni militari che il gruppo di New York mise in scena per la prima volta nel 1963. All’epoca fece scandalo, ma riscosse anche un clamoroso successo: la pièce vinse il prestigioso Obie Award e il film che ne fu tratto (con la regia di Jonas Mekas) ottenne il Leone d’Oro di Venezia come miglior documentario. In quegli anni la compagnia aveva già un ruolo di primo piano nel panorama teatrale americano, dovuto a messinscene storiche fra cui «Tonight we Improvise», che aveva fatto scoprire oltreoceano il non ancora celebre testo di Pirandello («Questa sera si recita a soggetto»).

    Ma doveva ancora venire la fase della lotta sociale e politica, degli spettacoli in luoghi non convenzionali (carceri, fabbriche, etc.), delle battaglie ideologiche che avrebbero portato in prigione, a più riprese, i due fondatori del gruppo: Julian Beck (scomparso nel 1985) e Judith Malina. Ma l’ottantunenne icona del Living non è venuta a Firenze: un nuovo lutto l’ha bloccata a New York. Hanon Reznikov, l’attore cinquantasettenne che dopo la morte di Beck era divenuto co-direttore artistico della troupe, accompagnando nel lavoro e nella vita Judith Malina, è deceduto nella notte fra il 2 e il 3 marzo. Malina è affranta, ma non perde l’entusiasmo per il suo lavoro. Ha sempre una gran voglia di parlare del suo spettacolo e delle idee che l’hanno spinta a superare tante difficoltà.

    Perché avete scelto di riprendere questo spettacolo degli anni Sessanta?

    In questo momento il problema della tortura e delle condizioni atroci nelle prigioni è molto grave: le guerre continuano, il militarismo non è affatto diminuito, ogni giorno muoiono milioni di civili senza un perché. Per questo è fondamentale palare del militarismo e del problema che rappresentano le prigioni militari.

    Fra le tante battaglie che avete combattuto, quale pensa che sia stata la vostra principale vittoria?

    Io cedo che noi siamo soltanto una parte di un movimento, in cui il nostro contributo non può essere misurato. Speriamo che, nel suo complesso, il movimento abbia cambiato qualcosa sulle regole dell’educazione e sull’espressione libera dell’arte. Nel ’68 si sono ottenuti molti risultati, tangibili ancora oggi; speriamo che questi primi passi ci portino verso una cultura più umana.

    Qual è il principale insegnamento che Hanon Reznikov ha lasciato al Living Theatre?

    Hanon ha parlato di una forma di lavoro collettivo molto speciale, molto profonda, che mira alla ricerca della “Verità”. Ha sempre insistito su una certa “misura di verità” in tutto il nostro lavoro: i suoi testi, le sue produzioni, il suo lavoro di attore si sono sempre ispirati ad un principio di realtà e di immediatezza. Ci ha guidato verso un confronto vero e un contatto puro. Adesso vogliamo continuare a cercare le condizioni per realizzare la sua visione.

    Corriere Fiorentino, 13 maggio 2008. RIPRODUZIONE RISERVATA

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